Monitoraggio dell'aria

Cosa sono le colonnine ARPA che vediamo nelle città

Capita di incrociarle ogni giorno senza quasi notarle. Sono quei piccoli box grigi o verdi posizionati vicino alle strade trafficate, nei parchi pubblici o accanto agli incroci cittadini. Sembrano cabine elettriche o armadietti tecnici, ma in realtà svolgono una funzione essenziale per la salute pubblica: misurano la qualità dell’aria che respiriamo.

Sono le stazioni di monitoraggio delle ARPA, le Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente (in alcune regioni APPA), e rappresentano il principale strumento con cui l’Italia controlla l’inquinamento atmosferico. Dentro queste strutture ci sono strumenti sofisticati che aspirano aria dall’esterno, analizzano la presenza di sostanze inquinanti e inviano i dati ai centri di elaborazione regionali. È grazie a queste misurazioni se sappiamo quando lo smog supera i limiti, quando scattano le allerte ozono estive o perché alcune città introducono blocchi del traffico.

Perché monitorare l’aria è così importante

L’aria è l’unica “risorsa” che consumiamo continuamente e senza possibilità di scelta. Un adulto ne respira circa 12-15 chilogrammi al giorno. Se contiene sostanze nocive, il nostro organismo le assorbe inevitabilmente.

Negli ultimi decenni la ricerca scientifica ha dimostrato con chiarezza che l’inquinamento atmosferico aumenta il rischio di malattie respiratorie, cardiovascolari e di alcuni tumori. Le polveri sottili, in particolare, sono associate a migliaia di morti premature ogni anno in Europa.

Per questo l’Unione Europea impone agli Stati membri di monitorare sistematicamente la qualità dell’aria. In Italia il riferimento normativo è il Decreto Legislativo 155/2010, che stabilisce quali sostanze devono essere controllate, quali limiti non devono essere superati e quante centraline devono essere presenti sul territorio.

Non tutte le centraline fanno lo stesso lavoro

Una delle cose meno conosciute è che le centraline non sono tutte uguali. Alcune sono posizionate vicino alle grandi arterie urbane per misurare l’impatto diretto del traffico. Altre si trovano in parchi, aree residenziali o periferiche e servono a capire quale aria respira mediamente la popolazione.

Le centraline “di traffico” registrano spesso i valori più elevati di biossido di azoto e polveri sottili, perché si trovano vicino alle emissioni dei veicoli. Quelle “di fondo urbano”, invece, sono considerate particolarmente importanti dagli epidemiologi perché rappresentano meglio l’esposizione media dei cittadini. Sono i dati più utilizzati negli studi che cercano di stimare gli effetti dell’inquinamento sulla salute.

Esistono poi stazioni industriali, collocate vicino a impianti produttivi, raffinerie o termovalorizzatori, per verificare l’impatto delle emissioni sull’area circostante.

Gli inquinanti sotto osservazione

Le sostanze monitorate dalle centraline sono numerose, ma alcune hanno un ruolo centrale.

Le più note sono le polveri sottili PM10 e PM2.5. Si tratta di minuscole particelle sospese nell’aria prodotte dal traffico, dal riscaldamento domestico e da molte attività industriali. Più le particelle sono piccole, più riescono a penetrare in profondità nell’apparato respiratorio. Le PM2.5, per esempio, possono raggiungere gli alveoli polmonari e in parte entrare nel circolo sanguigno.

Un altro inquinante molto controllato è il biossido di azoto (NO2), legato soprattutto ai motori diesel e alle combustioni ad alta temperatura. È uno dei principali indicatori dell’inquinamento da traffico urbano.

L’ozono troposferico, invece, ha un comportamento diverso. Non viene emesso direttamente, ma si forma nell’atmosfera quando la luce solare reagisce con altri inquinanti. Per questo i suoi livelli aumentano soprattutto nelle giornate estive molto calde e soleggiate. Può causare irritazione delle vie respiratorie ed è particolarmente rischioso per anziani, bambini e persone con patologie respiratorie.

Le centraline monitorano anche benzene, monossido di carbonio, biossido di zolfo e alcune sostanze cancerogene come il benzo(a)pirene e determinati metalli pesanti.

Come funzionano le “colonnine”

Il principio di funzionamento è semplice solo in apparenza. L’aria viene aspirata attraverso sistemi di campionamento e analizzata da strumenti automatici molto sensibili.

Per i gas, come ozono o biossido di azoto, si usano analizzatori che sfruttano proprietà fisiche e chimiche specifiche delle molecole. Le polveri sottili, invece, vengono spesso raccolte su filtri che vengono poi pesati in laboratorio con metodi estremamente precisi.

I dati prodotti sono continui: molte centraline registrano valori orari, che vengono inviati automaticamente ai sistemi informatici delle ARPA. Prima della pubblicazione, però, i tecnici verificano che non ci siano errori strumentali o anomalie.

Quando l’aria è davvero “buona”?

Le concentrazioni misurate vengono confrontate con limiti stabiliti dalla normativa europea. Se questi valori vengono superati troppo spesso, l’aria viene considerata di qualità scadente.

Ma negli ultimi anni il dibattito scientifico si è intensificato. Nel 2021 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha aggiornato le proprie linee guida abbassando sensibilmente i livelli raccomandati per PM2.5, PM10 e biossido di azoto. In pratica, secondo le evidenze scientifiche più recenti, anche concentrazioni oggi considerate “regolari” potrebbero avere effetti negativi sulla salute.

È anche per questo che l’Unione Europea sta introducendo limiti più severi sulla qualità dell’aria nei prossimi anni.

Una rete invisibile ma fondamentale

Le centraline ARPA non eliminano l’inquinamento, ma permettono di renderlo visibile. Senza dati affidabili sarebbe impossibile capire quanto smog c’è nelle città, quali aree siano più critiche o se le politiche ambientali stiano funzionando davvero.

Dietro quei piccoli box lungo le strade esiste una rete pubblica complessa fatta di tecnici, laboratori, controlli e sistemi informatici che lavorano ogni giorno per trasformare l’aria che respiriamo in dati scientifici utilizzabili.

La prossima volta che ne vedremo una, forse la guarderemo in modo diverso: non come un semplice armadietto urbano, ma come uno degli strumenti più importanti per comprendere il rapporto tra ambiente e salute.